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La traduzione secondo Walter Benjamin

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L’idea di traduzione di Walter Benjamin

La traduzione, si sa, non è cosa che si possa fare con semplicità conoscendo la lingua di partenza e quella di destinazione. La traduzione letteraria, ma anche quella filosofica, o certa saggistica, esigono che il traduttore abbia solide conoscenze teoriche. Esistono teorie della traduzione, teorie che nel corso del tempo sono state sorpassate, ma anche teorie che coesistono. Il traduttore, oggi, conosce le lingue ma è spesso anche un raffinato studioso.

Qui di seguito ci proponiamo di affrontare le idee sulla traduzione espresse dal filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940) nel saggio Il compito del traduttore (1923).

Chi è Walter Benjamin

Benjamin nasce a Berlino nel 1892, da famiglia ebraica agiata. Nel 1915 stringe amicizia con Gershom Scholem (1897-1982), studioso di mistica ebraica, che lo inizia agli studi sull’ebraismo. Sposa Dora Kellner nel 1917, con la quale ha un figlio e dalla quale divorzia nel 1930.

Si laurea, nel 1919, con lode in Filosofia presso l’Università di Berlino, la tesi si intitola Il concetto di critica nel primo romanticismo tedesco. Negli anni Venti scrive diversi saggi, tra i quali va ricordato Il dramma barocco tedesco (1928). Si lega sentimentalmente a Asja Lacis, regista rivoluzionaria lettone che lo avvicina al marxismo.

Negli anni Trenta, tra i saggi pubblicati va ricordato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Frequenta l’istituto per la ricerca sociale diretto da Max Horkheimer (1895-1973). Inizia a scrivere I «passages» di Parigi, opera che resterà incompiuta. Trasferitosi a Parigi, diventa ascoltatore delle conferenze del Collège de sociologie. Nel 1939, a guerra iniziata, viene internato in un campo di lavori forzati perché cittadino tedesco.

Nel giugno del 1940, a causa dell’occupazione tedesca, inizia una fuga con destinazione gli Stati Uniti. A Port Bou in Catalogna gli viene ritirato il visto per il transito. Benjamin teme di essere espulso e rimandato in Francia, motivo per cui la notte si suicida con una overdose di morfina. Il giorno successivo, tuttavia, ai compagni di viaggio viene permesso di continuare il viaggio.

Le traduzioni di Benjamin

Benjamin guadagna attraverso collaborazioni con riviste, libri e traduzioni.

Il saggio Il compito del traduttore introduce la traduzione di Tableaux Parisiens, una sezione de I fiori del male di Charles Baudelaire (1821-1867). Insieme allo scrittore Franz Hessel (1880-1941) traduce Marcel Proust (1871-1922); conclude nel 1926 la traduzione di All’ombra delle fanciulle in fiore.

Lavora anche a traduzioni di sue opere dal tedesco al francese.

La pura lingua

Ne Il compito del traduttore, Benjamin parte dal rifiuto dell’interpretazione classica dell’opera di traduzione: ritiene impossibile la trasmissione del senso da un testo A a un testo B. Il senso anche solo di una parola non è riproducibile in un’altra lingua, c’è sempre uno scarto impossibile da colmare. Di conseguenza non crede nella possibilità di operare una traduzione fedele all’originale.

Le tesi di Benjamin circa la traduzione si fondano innanzitutto su una riflessione sulle lingue.

Benjamin crede in una lingua pura, ideale, metastorica, cui tendono le diverse lingue storiche. Il traduttore deve riuscire a trasmettere le tracce che rendono le diverse lingue affini. C’è un punto in cui le lingue convergono nella lingua pura, ed è quello dei misteri ultimi, della verità.

Piuttosto, ogni affinità metastorica delle lingue consiste in ciò che in ciascuna di esse, presa come un tutto, è intesa una sola e medesima cosa, che tuttavia non è accessibile a nessuna di esse singolarmente, ma solo alla totalità delle loro intenzioni reciprocamente complementari: la pura lingua.”

(Il compito del traduttore, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Einaudi, 2001, p. 44.)

Si tratta, dunque, di una lingua divina, sacra, universale, originaria, le cui tracce sono presenti nelle lingue umane.

Qual è il compito del traduttore

Il traduttore come è inteso da Benjamin non deve operare una traduzione attenta alla sintassi e al lessico. Egli deve rispettare la diversità tra le lingue per poter mostrare la loro affinità che, come abbiamo visto, va a costituire la pura lingua.

Chi traduce non deve fungere da mediatore tra due lingue. Benjamin prende ad esempio la poesia: l’essenza della poesia, di fatto, è intraducibile; ciò che è poetico è inafferrabile e misterioso e quindi incomunicabile.

L’assunto del filosofo tedesco è che nessuna traduzione è possibile se mira a somigliare all’originale. Questo assunto si basa anche su una constatazione pratica: ciò che è scritto in un periodo storico e in un contesto, si depotenzia per senso e linguaggio in un altro periodo storico e in un altro contesto. La stessa legge del cambiamento riguarda sia gli originali sia le traduzioni. Infatti, anche le migliori traduzioni invecchiano.

Proprio per ovviare al carattere provvisorio della traduzione come “sorda equazione di due lingue morte” (cit., p. 43), il traduttore deve ambire a riportare l’incomunicabile, ciò che è della pura lingua. La traduzione, in questo modo, diventa un’opera a sé.

Redimere nella propria quella pura lingua che è racchiusa in un’altra; o, prigioniera nell’opera, liberarla nella traduzione – è questo il compito del traduttore.”

(cit., p. 50.)