Le serie TV tratte dai romanzi | la nostra selezione

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Persone normali” di Sally Rooney (Einaudi, 2019).

Sally Rooney ha uno stile unico. Riconoscibile, a suo modo puntuale, implacabile. In “Persone normali” dà agio alla vita di esprimersi, e l’intreccio si dipana con una naturalezza per certi versi miracolosa. Non c’è trama, o meglio, la trama si sviluppa strada facendo, sospinta da sentimenti, rancori, dalle aspettative che cambiano, diventano vuoti a perdere. Due giovani protagonisti, indimenticabili, Marianne e Connell, coetanei in una contea irlandese, distanti nella partitura sociale ma allo stesso tempo inseparabili, per le ragioni che la vita propone e si diverte a modulare. Connell è ammirato, incede sicuro lungo i corridoi della scuola e nelle competizioni quotidiane, mentre Marianne appare indifesa nel percorso tracciato dalle mode, dalla presunta normalità. Dove c’è Cornell c’è coscienza della realtà, i chiaroscuri che tengono in allerta le persone normali, e in un anfratto la perdizione e l’ignoto, così fieramente custoditi dalla problematica Marianne, additata e ripudiata dal gran balletto sociale. Le esperienze, le ferite, sembrano consolidare il destino di entrambi, ma poi un nuovo scenario (il college a Dublino, le differenti forme di aggregazione) contribuirà a sparigliare ruoli e contributi dal mondo. Per gli amici Marianne e Cornell sono abbinabili per via di un nesso geografico, così remoto, accidentale, e nemmeno lontanamente sospettano del loro indissolubile perdersi e ritrovarsi, dell’impetuoso vortice di sentimenti che li lega.

Amicizia, amore, la difficoltà di individuare una linea di demarcazione rassicurante, il timore dell’accettazione, i tradimenti, l’incomunicabilità e il percorso accidentato verso l’affermazione di sé: “Persone normali” di Sally Rooney – uno dei casi editoriali degli ultimi anni – indaga la complicazione dell’amore giovanile, la sua potenza che vibra sottopelle e da ultimo rompe gli argini delle convenzioni.

Dal romanzo è tratta la serie TV “Normal people” (2020) con Daisy Edgar-Jones e Paul Mescal.


The undoing. Le verità non dette” di Jean Hanff Korelitz (Piemme, 2021).

C’è una famiglia in cui successo e concordia appaiono come una conquista naturale, un dato di fatto che si nutre di arredi costosi, scelte di buongusto e professioni appaganti. Una rappresentazione fin troppo ideale, entro cui si muove con innata maestria la protagonista del romanzo, Grace Reinhart Sachs, psicoterapeuta di grido a Manhattan e in procinto di pubblicare un libro rivolto a quelle donne che – guarda caso – rischiano di rovinarsi l’esistenza per una relazione sbagliata, un fidanzamento o un matrimonio non ben ponderato. Senza alcun dubbio la vita professionale di Grace procede a gonfie vele, e anche nell’ambito privato le congiunzioni astrali che la riguardano risultano pienamente favorevoli: ha un marito accudente, Jonathan, pediatra oncologico di fama, e un figlio dodicenne, Henry, che da scolaro segue le orme dei suoi performanti genitori, ottenendo risultati eccellenti e dedicandosi, en passant, allo studio del violino. L’equilibrio sembrerebbe raggiunto, fornire garanzie sulla stabilità di una famiglia modello, ma in agguato c’è l’imponderabile, la concatenazione di fatti che porteranno Grace a dubitare delle sue certezze e a rivedere le sue priorità. L’evento scatenante è la scomparsa del marito, e la successiva scoperta che l’uomo, da diverse settimane, non si presenta al lavoro. Allo sconcerto, all’impossibilità di farsi un’idea precisa su quanto è accaduto, si lega la morte della madre di un compagno di scuola di Henry, causata da una violenta aggressione. Una sorta di domino, di sequenza implacabile, costringerà Grace a ristrutturare le proprie convinzioni su Jonathan: quelle teorie, un po’ scontate, che l’eccellente psicoterapeuta propina ai suoi pazienti, altro non sono che la patina dorata di un coagulo esistenziale sottaciuto, pronto a deflagrare. È questo lo snodo oscuro, intimo, di “Una famiglia felice”, il motivo che proietterà il romanzo (ottimo thriller psicologico, bestseller negli Stati Uniti) verso una sconvolgente rivelazione finale.

Dal romanzo è tratta la serie TV “The undoing” (2020) con Nicole Kidman e Hugh Grant.


La regina degli scacchi” di Walter Tevis (Mondadori, 2021).

Walter Tevis è un autore da trasposizione cinematografica. Da suoi libri sono stati tratti film divenuti epocali, come “Lo spaccone”, “Il colore dei soldi”, “L’uomo che cadde sulla Terra”. E “La regina degli scacchi” – pubblicato nel 1983, un anno prima della sua morte – conferma la capacità di Tevis di elaborare trame avvincenti, adatte alla rielaborazione drammaturgica, che abbinano alla leggibilità una solida e mai banale impalcatura narrativa.

Se poi ci addentriamo nella biografia dello scrittore americano (un’infanzia infelice, un percorso segnato dall’alcolismo e dalla solitudine), possiamo azzardare un parallelismo fra la sua vita e la problematicità espressa dai suoi personaggi, che – come nel caso di Elizabeth Harmon, la scacchista geniale – trovano sollievo nella dipendenza e nell’immersione in un mondo privato, pervicacemente alieno. Ed è difficile non cogliere l’intromissione di un destino crudele nell’esistenza della piccola Elizabeth, ospite di un orfanotrofio dall’età di otto in seguito alla morte dei suoi genitori. Avvolta dal grigiore, scopre la possibilità di una fuga, che è chimica (pillole verdi distribuite a lei e alle altre ragazze dell’istituto) e intellettuale-emozionale, quest’ultima applicata – come una formula misteriosa – nel gioco degli scacchi. Il suo prodigioso talento è il motore narrativo del romanzo: la ragazza viene adottata da una famiglia del Kentucky, che perlomeno gli offre sottili motivi di consolazione, e l’abilità nel guerreggiare sulla scacchiera le permetterà di sconfiggere i pregiudizi (gli scacchi negli anni sessanta erano ritenuti una prerogativa maschile) e avvicinarsi alla comprensione dei propri limiti. Aspirazioni (il demone della vittoria, il sogno di battere il grande campione russo) ma anche la risacca del vissuto doloroso, che genera risentimento, bassezze, il baratro dell’autodistruzione che accompagna Elizabeth e riemerge come un’equazione matematica, una sequenza di mosse inesorabile. Entrare nel vivo del gioco, presentare al lettore un argomento specialistico, per molti di noi impenetrabile: Tevis comprende l’importanza della tecnica, della precisione documentale, e dalle fondamenta edifica un racconto ricco di phatos, galvanizzato dall’epica del riscatto.

Dal romanzo è tratta la serie TV “La regina degli scacchi” (2020) con Anya Taylor-Joy e Bill Camp.


Anna” di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2015).

La sua vita era la medesima che spinge uno scarafaggio a zoppicare su due zampe quando è stato calpestato, la stessa che fa fuggire una serpe sotto i colpi della zappa tirandosi dietro le budella. Anna, nella sua inconsapevolezza, intuiva che tutti gli esseri di questo pianeta, dalle lumache alle rondini, uomini compresi, devono vivere. Questo è il nostro compito, questo è stato scritto nella nostra carne.”

Il romanzo di Niccolò Ammaniti (uscito nel 2015) racchiude anime diverse: vi si possono individuare ispirazioni distopiche, l’abilità dell’autore nel delineare percorsi adolescenziali (come nei libri “Io e te” e “Io non ho paura”), l’antica (si fa per dire) attitudine che negli anni 90 poteva comprendersi, in Italia, nel genere letterario dei Cannibali.

La terra attraversata e vissuta nel romanzo è la Sicilia, spopolata e sfigurata a causa di un’infezione, terra sconsacrata in cui gli unici sopravvissuti sono i bambini, e l’ecatombe riguarda anche le regole del gioco, a partire dai principi morali, divenuti un intralcio, e dalla ripartizione che ha posto, in maniera arbitraria, l’uomo al centro della sua stessa concezione di progresso.

E in questa regione desolata (con il consueto campionario di nuovi deserti, foreste labirintiche, quartieri e centri commerciali abbandonati) la tredicenne Anna combatte per procurarsi da mangiare e far fronte alle varie contingenze negative. Appresso a lei il fratellino Astor, alienato da una memoria sfaldabile, e come scudiero l’imponente Coccolone, pastore maremmano baciato da un inestimabile istinto di sopravvivenza. Nel ginepraio di minacce (reali e immaginarie), in un’immersione sempre più inquietante negli usi e costumi di una società ritornata a essere tribale, Anna coltiva la possibilità di raggiungere una terra immune dal virus e dal degrado, percorrendo la Sicilia allo scopo di approdare nel Continente dove qualcuno, a quanto pare, sta per realizzare un antidoto. “La vita non ci appartiene, ci attraversa”: cresce e si abbatte la speranza, la polvere continua a mozzare il respiro, eppure Anna non demorde, nell’allungarsi dei suoi passi c’è la forza della maturità, e nel medesimo tempo il presagio di una fine incombente.

Anna” di Niccolò Ammaniti è un “road novel, un romanzo di viaggio; ma anche un romanzo di formazione: Anna impara che vivere è lottare, stare sempre in guardia, a volte scappare a gambe levate; impara a non farsi sopraffare, a ottenere ciò che le serve per vivere; ma impara anche a voler bene agli altri, com’è bello e doloroso innamorarsi, com’è difficile prendersi cura di qualcuno.” Simona Micali da lindiceonline.com

Dal romanzo è tratta la serie TV “Anna” (2021) con Giulia Dragotto e Alessandro Pecorella.


Tanti piccoli fuochi” di Celeste Ng (Bollati Boringhieri, 2018).

Alle porte del secondo millennio si incrociano due esistenze, due stili di vita opposti a Shaker Heights, nell’Ohio.

La cittadina è legata al movimento religioso Shaker, e i suoi abitanti seguono – anche se non troppo pedissequamente – le regole imposte dalla dottrina originaria, promuovendo comportamenti liberali e di buon vicinato.

Si diceva di un incontro a suo modo sbilanciato, che vede come protagoniste Mrs Richardson, la cittadina modello, impegnata nel sociale, felicemente coniugata e madre di quattro figli, e sul versante opposto Mia, madre single che per coltivare la sua passione (è un’artista fotografa) rinuncia a una rassicurante stabilità sociale accettando lavori saltuari e mal pagati. Ed è proprio Mrs Richardson a dare un’opportunità alla girovaga Mia, proponendole di occuparsi della sua casa (in qualità di domestica) in cambio della concessione temporanea di un piccolo alloggio. Le personalità delle due donne troveranno ambiti di neutralità, essendo il loro rapporto piuttosto distaccato, improntato da un comprensibile formalismo; ma di certo Elena Richardson è incuriosita dalla libertà, dal modo anticonvenzionale che ha Mia di intendere la vita. A testimoniare questo flusso controllato di complicità fra i due nuclei familiari c’è il legame amichevole, sempre più manifesto, fra Pearl, figlia adolescente di Mia, e i quattro figli dei Richardson. Malgrado ciò la struttura relazionale, almeno all’apparenza solida, conforme a precise convinzioni individuali, coltiva in profondità contrapposizioni, l’eventualità che un segno, una singola frase, possa istillare il dubbio, smascherare debolezze e ipocrisie.

L’inizio di “Tanti piccoli fuochi” è l’acme di queste progressive frizioni, proponendo l’autrice un impianto narrativo imperniato su una visione in flashback degli eventi. E quindi troviamo Mrs Richardson attonita, meditabonda perché qualcuno, con metodicità, ha appiccato una serie di incendi nelle diverse stanze della sua bella casa. La rovina sembra trovare una giustificazione, appena sotto lo strato di cenere, e alla donna, di primo acchito, balza alla mente sua figlia Izzy come probabile incendiaria, perché sarebbe soltanto l’ultima delle bravate della ragazzina, autentica pecora nera della famiglia. La logica, in questo caso, potrebbe risultare tranquillizzante, oppure procrastinare ancora una volta la resa dei conti, la decisiva verifica su una forma di razionalità data per acquisita. In controluce c’è sempre Mia, il suo passato, e nel contesto sociale di Shaker Heights la contrapposizione generata da una storia di adozione che coinvolge una giovane clandestina di origine cinese, e che vede la stessa Mia ed Elena Richardson fronteggiarsi a partire da concezioni etiche diametralmente opposte.

Il privato, nel romanzo di Celeste Ng, confluisce inesorabilmente nel sentire comune, nelle traiettorie che avvicinano la cittadina ordinata al mondo imperfetto che brulica al di là di un confine ideale. L’essere madri, le varie forme di povertà, l’immigrazione, le tensioni generazionali: i nuclei che arricchiscono “Tanti piccoli fuochi” producono un forte impatto emozionale, e la scrittura rigorosa, che lascia emergere con naturalezza psicologie e caratteri, asseconda l’immersione del lettore nel rigoglioso flusso narrativo. Non è semplice presidiare il proprio fortino, gli attacchi sono concentrici e, il più delle volte, vengono effettuati con il favore delle tenebre; è in questi casi che l’istinto, una riflessione dolorosa, possono consigliare la resa, un patto di non belligeranza stipulato, in particolar modo, con se stessi. “Sembra la fine del mondo. La terra è bruciata e nera e tutto il verde è sparito. Ma dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere cose nuove.”

Dal romanzo è tratta la serie TV “Little fires everywhere” (2020) con Reese Witherspoon e Kerry Washington.