La vita davanti a sé | Romain Gary

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Il romanzo La vita davanti a sé ha una storia editoriale unica, che si accompagna al suo indubbio valore letterario; quando uscì, nel 1975, molti critici ne rimasero entusiasti, e l’armonia, la lievità del racconto, stupirono almeno quanto l’apparire sulla scena del suo giovane autore, lo sconosciuto Emile Ajar.

In Francia il Premio Goncourt è un’istituzione: riceverlo significa entrare a far parte di una élite (anche a livello di vendite) che comprende scrittrici e scrittori come Simone de Beauvoir, Patrick Modiano, Marguerite Duras e Michel Houellebecq. E La vita davanti a sé, nello stesso anno di pubblicazione, ottenne quell’ambito sigillo di notorietà, mettendo in moto un retroscena – un po’ burlesco, un po’ dissacrante – che ben tratteggia la personalità del suo autore, l’inafferrabile Emile Ayar, nulla più che uno pseudonimo dello scrittore Romain Gary.

Regola fondamentale del premio è l’impossibilità di parteciparvi una seconda volta, e Gary, il Goncourt, lo aveva già conquistato nel 1956, con il romanzo Le radici del cielo; un impedimento normativo aggirabile a patto di tenere segreta la reale paternità de La vita davanti a sé, e alimentando, al contempo, la parabola letteraria del fantomatico Emile Ayar. La verità sul doppio riconoscimento si seppe molti anni più tardi, per volontà dello stesso Romain Gary, in circostanze dolorose e quantomeno romanzesche: lo scrittore di origini lituane spedì un manoscritto al suo editore, in cui veniva svelato l’affaire Gary-Ajar, dopodiché acquistò una vestaglia di colore rosso in un negozio di Place Vendôme, risalì nel suo appartamento parigino e mise fine ai suoi giorni sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Nel messaggio di addio tenne a precisare che l’atto estremo non era legato al suicidio della moglie, l’attrice Jean Seberg, avvenuto un anno prima, e che la scelta di indossare una vestaglia di tono vermiglio si abbinava all’esigenza di rendere meno eclatante lo spargimento di sangue nella stanza.

Vita e opere marciano di pari passo nel percorso letterario di Romain Gary. E La vita davanti a sé è una specie di sosta rigeneratrice, che diede al pubblico e ai critici la consapevolezza di trovarsi di fronte a un autore capace di rinnovarsi, di smantellare gli schemi entro cui era stato relegato. Cosa c’è di meglio per un artista, per un creativo, che smentire le voci sprezzanti, univoche nel reputare la tua opera anacronistica, non più rappresentativa del presente? Con La vita davanti a sé il celebre scrittore si libera da ogni costrizione formale, dalle pose accondiscendenti del bon ton letterario: assegna il ruolo di protagonista a Momò, un ragazzino magrebino di origini incerte, che si ritrova, insieme ad altri suoi compagni, a vivere nell’appartamento di Madame Rosa, una prostituta che per raggiunti limiti di età ha abbandonato la professione e che per sbarcare il lunario accudisce i figli delle sue più giovani colleghe. Momò è protagonista e voce narrante: il suo slang, la vivacità del suo sguardo, risultano coinvolgenti, costruiscono una dimensione, un tono che combacia alla perfezione con i sentimenti del romanzo, con i luoghi (il quartiere parigino di Belleville) e con una visione di fondo, che si abbevera di solidarietà e multiculturalismo. Il segreto di Momò sta nel giocare la vita, nel cavalcarla e disegnarla giorno per giorno: non si cura della felicità, delle conseguenze (io ci caco sopra alla vita…), accetta la tristezza e per esorcizzarla immagina azioni eclatanti, imprese per farsi notare almeno un po’. Eppure la sua identità è incerta: Madame Rosa, a tal proposito, è reticente, anche se Momò intuisce una certa problematicità collegata all’esistenza dei suoi genitori. È comunque la strada a fornirgli le coordinate della libertà, è il quartiere delle relazioni fruttifere a renderlo responsabile e amorevole. In principio le interpretazioni che Momò dà della vita appaiono spiazzanti (Madame Rosa vedeva che la gente diventava sempre più gentile con lei e non è mai un buon segno), ma una volta immersi nel suo mondo si riveleranno una preziosa chiave di accesso alla purezza, una filosofia che svela l’essenza del conformismo. È conscio di essere un bambino “fuori norma” (lo spero bene che non sarò mai normale, dottor Katz, solo i porci sono sempre normali), e questo lo riscatta dal dovere, dall’essere remissivo; oscilla nell’indeterminatezza fino a che i suoi vuoti, i riflessi accecanti dell’Io, si delineano e Momò si ritrova a fare i conti con le schedature anagrafiche, con le proprie poco rassicuranti origini.

Momò diventa uomo, ricevendo e dando amore. Quella con Madame Rosa è un’amicizia che sorvola le contingenze quotidiane; Madame Rosa passeggiatrice ebrea a riposo, traumatizzata dai ricordi dell’Olocausto, che per sconfiggere i propri demoni allestisce in cantina un rifugio, un rasserenante cantuccio ebreo. A causa dei suoi acciacchi la donna fatica a fare le scale (abita al sesto piano senza ascensore), invecchia, e Momò teme che possa morire da un momento all’altro. Gli altri residenti del palazzo (una tribù variopinta, scoppiettante) si dimostrano solidali, sostengono Momò nel compito di accudire Madame Rosa, che però si sta lentamente spegnendo a causa della demenza, e anche la malattia, il deperimento fisico, viene osservato da Gary attraverso le lenti del candore, che non accetta compromessi e accomodamenti. Le autorità, la pubblica assistenza, per Momò e Madame Rosa significano coercizione, un pragmatismo asettico; la maturazione di un ragazzo e il congedo straziante di una donna avverranno nel microcosmo accogliente, abitato da personaggi bizzarri e indimenticabili – i quattro fratelli Zaoum, traslocatori e ascensori umani a disposizione di Madame Rosa, l’autorevole e tenero Dottor Katz, il signor Hamil, che porta con sé il Corano e un libro di Victor Hugo, il travestito senegalese Madame Lola, ex pugile e sorta di lovegiver operante al Bois de Boulogne, che così viene raccontato da Momò: non voglio darle complimenti, ma non ho mai visto un Senegalese che sarebbe stato una madre di famiglia meglio di Madame Lola, è davvero un peccato che la natura ci si sia opposta.

Uscito grazie all’editore Rizzoli, subito dopo la pubblicazione in Francia, La vita davanti a sé è stato riproposto da Neri Pozza a partire dal 2005, e da allora si è rivelato un vero e proprio “long-seller”, apripista in Italia per la diffusione dell’opera di uno scrittore non convenzionale. Il romanzo che ha come protagonista il piccolo Momò rimane l’opera più conosciuta di Romain Gary, ritratto di una comunità che pone come suo unico fondamento la fratellanza, il superamento di sterili contrapposizioni religiose e sociali. Il messaggio è attualissimo, in grado di ravvivare tesi il più delle volte astratte su condivisione e meticciato culturale. Non esiste un percorso univoco, una guida che delinei stili di vita e obiettivi di redenzione; l’amore profuso nel caseggiato di Belleville – mai patetico, sempre sul confine tra realtà e utopia – sfugge a ogni classificazione, a ogni assestamento pedagogico. Schiettezza, joie de vivre: La vita davanti a sé rimane, a più di quarant’anni dalla sua uscita, un libro baciato da una grazia lieve, rarissima, una riserva di ossigeno che può anche definirsi poesia.

Io mi dicevo che sarebbe proprio una buona cosa se il signor Hamil sposasse Madame Rosa perché erano giusti di età e si potevano deteriorare insieme che è una cosa che fa sempre piacere. Ne ho parlato al signor Hamil, potevamo farlo salire al sesto piano su una barella per la domanda e poi trasportarli tutti e due in campagna e lasciarli in un campo fino a quando non morivano. Non è che gli ho detto proprio così perché non è in questa maniera che si spinge la gente alla consumazione, gli ho soltanto fatto notare che è più gradevole essere in due e potersi scambiare delle osservazioni. Al signor Hamil ho anche detto che poteva vivere fino a centosette anni perché forse la vita si era dimenticata di lui e poiché nei tempi andati si era interessato due o tre volte a Madame Rosa era il momento buono per prendere la palla al balzo. Avevano tutti e due bisogno d’amore come non si è mai visto alla loro età, e dovevano unire le loro forze. (Brano tratto da La vita davanti a sé, Rizzoli Editore, 1976, traduzione di Giovanni Bogliolo)

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nasce a Vilnius nel 1914. Si trasferisce in Francia a 13 anni e completa il suo percorso di studi conseguendo la laurea in giurisprudenza. Gary si arruola in aviazione e alla fine della guerra – in quanto eroe della Resistenza – gli viene conferita la Legion d’honneur. Nel ’44 scrive il romanzo Educazione europea, elogiato da Sartre, e inizia a dedicarsi alla carriera diplomatica. Nel 1956 vince il Goncourt con Le radici del cielo e quattro anni più tardi pubblica La promessa dell’alba, uno dei suoi capolavori. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar, La vita davanti a sé, che in seguito si aggiudicherà il Prix Goncourt. Nel 1980 dà alle stampe Gli aquiloni e il 2 dicembre dello stesso anno si uccide nella sua casa di rue du Bac a Parigi. Dal romanzo La vita davanti a sé sono stati tratti i film La vie devant soi, del 1977, con protagonista Simone Signoret, e La vita davanti a sé del 2020, con protagonista Sophia Loren, distribuito sulla piattaforma Netflix a partire dal 13 novembre 2020.